«Prima di conoscere l’Associazione Granda Ama non vedevo un futuro vivibile»

Partiamo con il racconto di Rita Ladone, volontaria dell’associazione Granda Ama di Mondovì che si occupa di gruppi di auto mutuo aiuto. La sua personale esperienza famigliare l’ha fatta avvicinare all’associazione alcuni anni fa. Oggi ne è un punto di riferimento insieme allo storico presidente Angelo Moltini.

La storia di Rita è pubblicata anche sulla rivista Società Solidale n. 4/2018.

di Debora Sattamino


La storia di Rita, come esempio per tante persone in difficoltà, ma che possono ritrovare la speranza attraverso la condivisione.

Margherita Ladone, conosciuta da sempre come Rita ha 74 anni, è una pensionata. E’ mamma e nonna e per 20 anni ha lavorato presso uno studio dentistico come igienista dentale. Sempre a contatto con le persone con cui conserva ancora oggi un bellissimo rapporto. La sua esperienza come volontaria nasce un po’ per caso.
«Era il 2014 quando è mancato mio marito e dall’Associazione Granda Ama, che frequentavo già da due anni partecipando alle loro attività, mi è stato chiesto se volevo diventare una volontaria.
Io conoscevo molto bene l’Associazione perché arrivavo da una fattiva frequentazione dei gruppi di auto mutuo aiuto attivati da Granda Ama riguardanti l’Alzheimer. Era la malattia che aveva mio marito. Conobbi questa realtà associativa leggendo dei volantini che promuovevano un incontro dove un medico esperto avrebbe parlato proprio dell’Alzheimer e si sarebbero presentati i gruppi di auto mutuo aiuto ad essa collegati.
La serata aveva lo scopo (come prevede uno dei tanti scopi dell’Associazione) di illustrare le possibilità dei gruppi e fornire informazioni utili sia per i famigliari che per i malati stessi. Partecipai e il giorno dopo contattai subito il presidente Angelo Moltini e iniziai la frequentazione.
Ci incontravamo tutte le settimane, stavamo insieme, tutti accumunati dallo stesso problema: un malato di Alzheimer in famiglia. Ognuno parlava della sua esperienza, diceva quello che si sentiva. Mi ha aiutato tantissimo perché prima ero molto triste, piangevo sempre, vivevo male la situazione estremamente difficile. Dopo qualche tempo e poco per volta mi sono risollevata: condividere con altre persone nella mia stessa situazione i miei pensieri, le mie preoccupazioni, le mie paure e le mie speranze fu miracoloso.


Nel frattempo le cose sono cambiate: mio marito viene a mancare ma rimasi comunque come volontaria nell’Associazione.
Il gruppo Alzheimer (per problemi numerici) lasciò il posto a quello legato al Parkinson.
Io feci un corso per diventare volontario-facilitatore con una psicologa molto brava che mi spiegò bene il mio compito all’interno del gruppo. Abbiamo imparato la metodologia di comportamento, come e quando far parlare le persone, aiutarle nel dialogo, aiutarle e sbloccarsi, lasciarle libere di esprimersi. Adottare la tecnica più corretta per mettere a proprio agio le persone che aveva bisogno di noi, senza essere invadenti, con i momenti giusti di silenzio.
Oggi aiuto insieme a mia figlia, anche lei volontaria il gruppo del Parkinson che comprende circa 15 persone. Da poco lo abbiamo diviso in due: da una parte le persone che sono a contatto con la malattia, dall’altra quelle che ne sono affetti.


Quando parlo con i famigliari o i malati che partecipano ai gruppi io dico sempre loro che occorre convivere meglio possibile con questa situazione, così che essa si rallenti il più possibile. L’approccio positivo e l’atteggiamento costruttivo sicuramente sono ottimi ingredienti per migliorare la propria vita. L’ho provato sulla mia pelle quando ero accanto a mio marito malato.
Io ho 74 anni e amo molto tenermi in forma quanto mi è possibile. Faccio ginnastica, faccio attività in piscina, realizzo manufatti e amo l’artigianato.
Oltre al volontario facilitatore mi occupo dell’amministrazione dell’Associazione aiutando la colonna portante ovvero il presidente Angelo Moltini, nostro punto di riferimento nonché presidente.
Sono molto contenta di fare questa opera di volontariato perché mi da molto, sto bene. Fare qualcosa degli altri è davvero molto importante, ci sia apre al mondo e rende tutto interessante.
Amiamo fare attività che possano aiutare gli utenti della nostra associazione. Oltre la pittura che ha avuto un ottimo successo abbiamo sperimentato anche il tango: pare che sia comprovato che ballare tango aiuti a tenere il Parkinson sotto controllo e faccia molto bene per la forma fisica. Io consiglio sempre a tutti coloro che mi dicono che a casa si annoiano dopo la pensione che sarebbe davvero bello dedicarsi a qualche attività di volontariato».

«L’ALZHEIMER TE LO UCCIDE IL FUTURO PERCHE’ NON RIESCI PIU’ A PENSARLO» . RITA RIPERCORRE COSI’ I SUOI MOMENTI PIU’ DIFFICILI

«Prima di conoscere il gruppo di auto mutuo aiuto piangevo sempre. Dal dottore, al supermercato, in casa e fuori casa, sempre. Non riuscivo a fare diversamente, non appena qualcuno mi domandava come mi sentissi o perché mai avessi quel terribile aspetto. Ero disperata e soprattutto non vedevo un futuro vivibile per me e mio marito.
Mio marito è morto prima di aver festeggiato le nostre nozze d’oro. Non siamo stati la coppia più bella del mondo, eravamo una coppia come tante altre, con alti e bassi, momenti allegri e momenti difficili. È che, comunque fosse questa storia, mi sono ritrovata a scriverne da sola le pagine finali, senza riuscire a dare un senso a tutto ciò che è accaduto in questi ultimi anni.
Il signor Alzheimer è entrato nella nostra vita una manciata di anni fa. Non si è presentato subito con nome e cognome, inizialmente ha tenuto un profilo basso se possiamo dire così. Poteva essere un nome che non veniva in mente, una mossa insensata mentre si giocava a carte, un leggero disorientamento nello spazio e nel tempo.
Poi a poco a poco la malattia si è mostrata con segni quotidiani, inequivocabili ed inesorabili.
E giorno dopo giorno ha svuotato mio marito dei suoi ricordi, della sua capacità di elaborare concetti elementari, di coordinare corpo e mente per svolgere azioni molto semplici, un pezzo dopo l’altro si è portata via di lui tutto, restituendomi una specie di neonato da accudire, privo di ogni contatto con la realtà e privo di strumenti per comprenderla e per comunicare con l’esterno.
Già… un neonato di quasi ottant’anni, da sorvegliare giorno e notte, solo che io non avevo più la forza di una giovane madre. E soprattutto mi mancava quello che sostiene le mamme nei momenti più faticosi e totalizzanti della cura di un neonato: il futuro, pieno di speranze e sogni.

L’Alzheimer te lo uccide il futuro perché non riesci più a pensarlo, ed anche se ci sono molte fasi della malattia ed all’inizio ti puoi illudere che la fase successiva sarà più gestibile di quella precedente, dopo un po’ ti rendi conto che non è affatto così e che se ad ogni fase si superano degli ostacoli se ne trovano di nuovi ed inaspettati e devi resettarti continuamente per affrontare le nuove difficoltà. Come mi disse un giorno lo psichiatra che aveva in cura mio marito in queste situazioni “si naviga a vista”.
E mentre navigavo sola e sperduta in questo mare tempestoso con la mia nave che stava affondando ho incontrato loro, le amiche e le volontarie del gruppo. E finalmente io ed i miei figli abbiamo sentito che non eravamo più soli.
Come un’ancora di salvezza mi hanno fatto sentire sostenuta e finalmente, se non un futuro sereno, sono riuscita almeno ad immaginare un presente sopportabile, con nuove amiche che condividevano il mio dolore e che nella condivisione alleggerivano un po’ il fardello di magone e fatica che mi sembrava di portare da sola.
E sentivo anche che la mia presenza nel gruppo era in qualche modo di aiuto alle altre persone. Io che per mesi avevo vissuto la frustrazione di lavorare giorno e notte cercando di fare del mio meglio per gestire la malattia di mio marito, senza avere il minimo riscontro di star facendo la cosa giusta, finalmente sentivo che la mia volontà, il mio impegno, la mia compassione non erano del tutto inutili. E questo mi ha restituito un po’ di coraggio.

Adesso che mio marito non c’è più continuo a partecipare al gruppo perché ormai ne faccio parte e il gruppo farà parte di me per sempre. E se posso con la mia testimonianza restituire un po’ di forza e coraggio a chi mi ha tanto aiutata, lo voglio fare senza esitazione e con tutta la gratitudine che ho nel cuore.
Grazie Angelo, Rossana, Maria, Piera, Claudia, Caterina, Bruna, Stefania e Laura».

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